Villa Gromo di Ternengo

A proposito di luoghi che raccontano storie. E di storie che raccontano l’identità di un territorio. C’è una villa, a Robecco sul Naviglio, che è una specie di macchina del tempo. Camminare per quelle stanze e quei giardini è come attraversare i secoli. Ci trovi dentro le radici romane e le delizie barocche, il Trecento visconteo e il Seicento “spagnolo”, le fatiche della vita rurale e il retaggio aristocratico di conti e scudieri del re, il mito di una Contessa amata da tutti (a cavallo tra ‘800 e ‘900) e i racconti di guerra, quando il parco della villa era una risaia e i suoi proprietari nascondevano i partigiani.

A farci da guida è Cristiana Lazzari, la giovane e gentile padrona di casa, che parla di Villa Gromo di Ternengo come fosse solo un’ospite di passaggio, la fortunata erede di un patrimonio (storico, artistico, umano) che sente di dovere conservare al meglio e tramandare a chi verrà.

«Io non sono cresciuta qui - racconta Cristiana - Sono di origine ligure. Casa mia è sempre stata Santa Margherita. Venivo a Robecco a trovare il nonno. Per cui questa era la casa di campagna, dove mangiavo le ciliegie e incontravo persone meravigliose come la mamma della nostra attuale custode, la governante di mia nonna: qui c’è sempre stata anche questa “famiglia parallela”, persone nate e cresciute nella villa, che hanno vissuto questo luogo più di chiunque altro».

Per la bambina di allora, era come entrare in una dimensione parallela, un universo fiabesco. «Questa per me era la casa delle meraviglie. Ricordo la paura che avevo a passare sotto i due busti di Cesare che sono ancora lì, nel corridoio. Poi, quando il nonno ha avuto i primi problemi fisici, abbiamo cominciato a vivere un po’ di più la casa, per stargli vicino. Nel momento in cui è mancato, abbiamo deciso di aprire la villa all’esterno e di farla diventare anche un’attività».

Dal 1996 Villa Gromo si è trasformata un luogo ideale per chi sogna un ricevimento o un matrimonio “regale”. «È uno stimolo enorme a tenere in ordine la casa e i giardini. Ed è anche un grosso aiuto economico, perché tutto ciò che guadagniamo viene reinvestito in tetti, facciate, fognature… La gestione di un immobile di questo genere è molto impegnativa».  Cristiana si occupa ormai della villa a tempo pieno. Ma lo spirito è sempre quello di quando era ragazzina. «Vivere qui è una fortuna enorme. È un pezzo di paradiso: non senti rumori, l’aria è pulita, sei circondata da cose che hanno una storia lunga e importante». Però c’è anche l’altra faccia della medaglia. «Mi sento addosso una grande responsabilità. Perché ora sono io a portare avanti la villa come hanno fatto i miei antenati. Sento l’obbligo di dover fare tutto il possibile per mantenere le cose nel modo migliore, come è stato fatto in passato».

 

EREDITA’ FEMMINILE

Ci sediamo davanti a un arazzo con lo stemma dei Negrotto-Cambiaso, una delle famiglie che si sono succedute alla proprietà della villa. Siamo osservati da un ragazzino col viso impertinente, che campeggia su un grande quadro. «È il fratello di mia nonna. Un tipetto terribile. Così come lo era mio nonno Odofranco, detto Tatin».

Uno degli aspetti più affascinanti di questa storia è la sua declinazione al femminile. «Più o meno a partire dal 1700, la villa veniva assegnata come dote alla figlia primogenita. Quindi non era ereditata per via maschile ma per via femminile. In famiglia abbiamo sempre pensato che fosse una cosa bellissima. Dare valore al lato femminile in epoche in cui la società funzionava in tutt’altro modo».

Ma prima di arrivare a quegli anni, ci sono stati tanti passaggi importanti. «Il terreno come è oggi è un pezzo di una cintura romana. 400 metri di lato. Ci sono dei ceppi di pietra che segnalano questo cardo decumano. Dalla costruzione romana si è poi passati a un borgo fortificato intorno all’800 d.C., feudo dei nobili Pietrasanta. Il borgo aveva due torri di difesa: quella della Sirenella, visibile all’interno dell’ala sud, e un’altra che oggi si può solo vagamente percepire a livello architettonico, poi inglobata all’interno della villa nel 1340. In quell’anno il borgo venne trasformato in una residenza che serviva a controllare le proprietà agricole. La trasformazione in “villa di delizie” invece è del 1679. A quel punto il suo aspetto è cambiato, è diventata ciò che è adesso, una villa di impianto barocco. Ha mantenuto la sua vocazione agricola, ma ha aggiunto questo carattere di villeggiatura e di piacere. Fino al 1160 la villa si chiamava Casati. Poi da Ferdinando è passata da una generazione all’altra per discendenza femminile e quindi ha cambiato nome ad ogni passaggio».

Quando si è interrotta la catena? «È arrivata fino alla mia bisnonna, Maria Richelmy Gromo di Ternengo. Che veniva chiamata “la Contessa”. Si trova ancora qualche anziano a Robecco che sa chi era. I bambini venivano qui a giocare e a raccogliere la frutta. C’era una grandissima forma di rispetto nei suoi confronti, ma la mia bisnonna ricamava con le signore del paese. Era molto aperta. Ed era un personaggio molto particolare. Nata a fine ‘800, ha avuto tre figli maschi, per cui si è interrotta la famosa catena. Successivamente si è separata dal marito, in tempi in cui non era assolutamente normale divorziare, e i figli sono stati mandati in Inghilterra con lui, in collegio. Ma la mia bisnonna si è procurata un bravo avvocato ed è andata in Inghilterra a riprenderseli. Era una donna straordinaria».

Era anche una donna bellissima ed elegante, come si può notare da un quadro che troneggia in una delle stanze della villa. La stessa in cui ci imbattiamo in un magnifico mobile del ‘600 che un tempo era l’archivio di famiglia, coi suoi cassetti pieni di documenti, rotoli, pergamene, conservati ormai da decenni a Biella. Sulle finestre lungo il grande scalone che porta al piano superiore, ci sono gli stemmi di alcune delle famiglie che hanno vissuto tra queste mura: i principi Albani, i duchi Litta Arese, i conti Castelbarco.

 

AMORE PER LA TERRA

Uscendo dalla Villa, lo sguardo si apre su alberi secolari, giardini e un viale che prosegue idealmente per 800 metri fino a un arco trionfale a mattoni, verso Cassinetta. Sulla sinistra scorre il Naviglio. «La nostra villa, al contrario di quasi tutte quelle che si affacciano sul Naviglio, è perpendicolare al corso dell’acqua, non parallela. La nostra visibilità è data dal padiglione della Sirenella, per il resto la villa è nascosta dai muri di cinta. Molte persone che arrivano a Robecco da Abbiategrasso neanche sanno della sua esistenza».

La pace è totale. Più che la storia, qui fuori, si respira un’atmosfera languida fuori dal tempo. Anche se in realtà chi vive nella villa non ha molto tempo per godersi questo paradiso o per darsi alla “vita aristocratica”. «La gente sa che qui lavoriamo. Non viviamo in un mondo a parte, dietro un cancello chiuso. Capitano diverse occasioni per aprire la villa anche grazie alle iniziative organizzate in paese. E comunque qui ci si rimbocca le maniche: mio cognato sale sul trattore, mio nonno faceva lo stesso».

A proposito del nonno, vale la pena ricordare che si tratta di un importante imprenditore, ma anche di una persona che non ha mai rinunciato al legame con la terra che amava.  «Mio nonno ha fondato la Centrale del Latte di Torino. Stava attento agli affari, ma nel weekend veniva qui e saliva sul trattore. Diciamo che aveva questa doppia personalità. Per lui la campagna era il relax. Poi ad un certo punto ha deciso che la tenuta agricola non valeva più la pena e l’ha chiusa, ma è stato comunque un dolore per lui. Io me lo ricordo anziano, malconcio, che mi portava nei vari magazzini a cercare il mulino che usavano durante la guerra per macinare le farine, a farmi vedere come era fatta la pompa che tirava su le acque dal Naviglio…». Villa Gromo fino agli anni Sessanta è rimasta una proprietà agricola. Oggi invece c’è solo un fattore che si occupa dei fieni e dei terreni intorno, oltre a un giardiniere a cui spetta la manutenzione del parco.

Certo non è facile aprire casa propria a degli sconosciuti. «Ma quando abbiamo deciso di aprire la villa, certe gelosie ce le siamo fatte passare. Abbiamo tolto le cose più personali, intime, le fotografie. Ma l’apertura è vissuta con grande rispetto dalle persone che entrano, quindi è una cosa positiva per loro, per noi e per la villa stessa». E il rapporto con le istituzioni? «Noi siamo sotto la Soprintendenza, quindi se dobbiamo muovere uno spillo bisogna avere il loro permesso. Diciamo che questa è l’istituzione più lontana, quella che possiamo chiamare burocrazia. Mentre a livello locale devoche da quando c’è il nuovo sindaco, c’è stata un’apertura meravigliosa da parte del Comune, una sensibilità verso la storia della villa e il suo utilizzo, verso ciò che può offrire alla comunità».

Di sicuro la Contessa sarebbe felicissima per la nuova vita della villa. Lei che era dama di corte ma a corte in realtà non ci andava mai, perché stava meglio nel suo giardino, a chiacchierare con le donne del paese. Lei che ai tempi della guerra offriva il brandy agli ufficiali, ma intanto nascondeva i partigiani. Una donna molto avanti rispetto ai tempi in cui viveva, scomparsa nel 1966. Scomparsa, poi, si fa per, perché la sua presenza si avverte ancora forte e alimenta la magia del luogo, il suo racconto.